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Giuseppe Paolo SAMONÀ


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G.G. Belli, La commedia romana e la commedia celeste

 Questo fondamentale studio di Giuseppe Paolo Samonà su Giuseppe Gioachino Belli vide la luce quasi mezzo secolo fa ma, inspiegabilmente, passò quasi inosservato. Forse Belli era all’epoca per lo più considerato ancora “un minore”, forse l’approccio dello studioso era troppo innovativo rispetto ai tempi o, forse, troppo fuori dal coro, fatto sta che il volume ebbe scarsa risonanza critica. Solo oggi, che il poeta romanesco è considerato pressoché unanimemente un grande della letteratura non dialettale ma italiana ed europea, emerge appieno tutta la sagacia di Samonà: l’acutezza nel suggerire ap­profondimenti tuttora inediti e originali chiavi di lettura per interpretare non solo i sonetti ma anche l’uomo, la puntuale analisi della critica bel­liana a Samonà coeva, la stigmatizzazione di ogni superficialità o banalizzazione del­la poetica di Belli, di­fet­to in cui incorrevano – e incorrono – spesso molti “letterati” ingannati dall’apparente semplicità dei versi, monito efficacemente sintetizzato nella nota conclusiva del volume (che riportiamo qui sotto).
In breve, a quasi mezzo secolo di distanza, si dimostra appieno la bontà, la solidità e la fondamentale attualità del libro e lo ripubblichiamo oggi convinti che, “riportata alla luce”, la ricerca di Samonà possa finalmente occupare il posto che merita nell’ambito della critica belliana e giocare un ruolo non secondario nell’offrire nuovi spunti critici.

A questo proposito mi sembra opportuno che sia notata almeno una volta in margine a questo saggio la facilità con cui – anche a non considerare i «romanisti» – in Italia si sfornano, accanto alle disinvolte edizioni dei Sonetti, delle quali si è detto, articoli più o meno volanti, ma presuntuosi e impegnativi, su temi molto importanti riguardanti la poetica di Belli.
In breve: molti letterati, anche di fama, se solleticati dalla lettura di qualche sonetto, non esitano a mettere per iscritto quel che passa loro per la testa. Fare nomi e dare indicazioni vorrebbe dire doversi addentrare in una argomentazione che appesantirebbe inutilmente questo saggio: ciò che non vorrei fare.
Ho voluto solo indicare il fenomeno, per porre un interrogativo: costoro – che pure in genere dicono di valutare Belli nella sua statura di grande poeta – darebbero gli stessi giudizi improvvisati su problemi specifici riguardanti Leopardi, Foscolo o Manzoni? Alcuni forse sì; la maggior parte, no. E questo che cos’altro significa se non che la concezione di Belli come arguto poeta vernacolo è, nei fatti, dura a morire?

G.P. Samonà

Dall'INTRODUZIONE
Il rifiuto di incorniciare Belli nell’ambito di un cattolicesimo riformatore è, come si vedrà, la convinzione base di questo scritto; quella che fa sì che la ricerca si svolga, per così dire, su un versante e non sull’altro: sul versante, cioè, di chi ritiene Belli dotato di una potente carica eversiva e non di coloro che lo stimano un freddo e distaccato conservatore, sia pure degno di passare alla storia per la genialità e la felicità del suo spirito di osservazione. Per suffragare questa concezione, ho cercato di condurre una ricerca sugli aspetti principali della poetica belliana partendo (come, a mio avviso, è corretto fare) dal tormentato atteggiamento del poeta nei confronti della religione. Solo così, fra l’altro, mi sembra che si possa capire come il famoso dua­lismo di Belli sia interno e non esterno ai Sonetti. A questo proposito mi è parso indicativo ricordare sin dal principio – citando una giornata insieme singolarissima e tipica della poesia di Belli e dandole rilievo in un intero capitolo (il II), nonostante l’apparente esiguità dell’episodio – che le pause di perplessità, di chiusura in se stesso, di arretramento di fronte alla verità che pur attrae il poeta, non sono un frutto tardo dell’incipiente vecchiaia nei pressi dell’involuzione definitiva, ma momenti ricorrenti in tutto l’arco dei Sonetti. Il che più distesamente lo si ricava da un esame (III capitolo) dei temi all’incirca dei primi due-tre anni di quella che è stata definita la «commedia romana»: più o meno già i temi fondamentali di tutta l’opera. Il fatto poi che, per esempio, il tema della morte affrontato a 55 anni abbia avuto toni e soprattutto conseguenze diverse di quanto non ne avesse avuto affiorando nella tematica belliana 12 o 16 anni prima, è un altro discorso. Ciò che ho voluto chiarire preliminarmente è che il Belli poeta e «libero» non è un inciso chiuso entro due segni di parentesi: quello giovane e arcade in apertura, quello vecchio e bigotto in chiusura. Nonostante tutto vi è insomma una sotterranea ma robusta continuità dal Belli ventenne della lettera autobiografica a Filippo Ricci a quello adulto dei Sonetti a quello settantenne della lettera scritta al principe Gabrielli per rifiutare di tradurre in dialetto il Vangelo3. In questo cammino – e diciamo pure in questa parabola – esistono numerose lacerazioni ma nessuna vera e propria rottura, nessuna inversione di marcia; e in esso il periodo dei Sonetti rappresenta il punto più alto (anzi l’unico sostanzialmente per cui il nostro poeta debba essere ricordato) appunto perché Belli, immergendosi nel primordio4 della sua città, ritrova non solo Roma ma se stesso, mettendo in rapporto fra loro – quando per fonderli, quando per collocarli in stretto antinomico contatto – verità e mito, spregiudicatezza e superstizione, ragione e religione. La contraddizione però non è un elemento paralizzante in Belli agli effetti della ricerca del vero, del conseguimento di alti risultati poetici. O meglio non lo è sinché il poeta trova la forza di riscattare il proprio dissidio oggettivandolo, operazione che è facilitata dalla fiducia nei principi dell’incipiente naturalismo romantico.

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